Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Cantorì 2000 Accadia

Vendemmia: 2000
Categoria:
Vino bianco Doc
Uve: Uve Verdicchio
Gradaz. Alcolica: 14° vol.


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Verdicchio dei Castelli di Jesi classico Cantorì 2000 Accadia
Az. Agr. Accadia
Contrada Ammorto 19 - Serra San Quirico (AN)
in collaborazione con:

"Il Verdicchio è il vitigno delle Marche, coltivato in questa regione dal XIV°secolo. Non presenta caratteristiche particolarmente seducenti. I vini che se ne ricavano sono franchi e nervosi, per così dire senza colore grazie alle tecniche di vinificazione moderne adottate in Italia. Il vitigno è vigoroso, ma il suo rendimento è talmente irregolare che si rimane sorpresi dal favore senza esitazioni che gli testimoniano i viticoltori (...) La sua forte acidità lo rende ideale come vino di base per l'industria italiana degli spumanti, in piena espansione".
Liberamente tradotte dall'inglese, dalla prima edizione del 1986 di Vines, grapes and wines, (poi pubblicata da Hachette in Francia nel 1988 con il titolo de Le livre des cepages e solo da un paio d'anni meritoriamente ridotto anche in italiano, da Slow Food editore), queste banalità, farina del sacco non di una stupida, ma di una grandissima esperta come la giornalista inglese Jancis Robinson (autrice del bellissimo Confessions of a wine lover, libro rivelatorio quant'altri pochi sulla nascita del moderno mercato del vino nel Regno Unito), testimoniano in maniera perfetta la strada compiuta dal Verdicchio negli ultimi vent'anni.

Un percorso che ha condotto ad un passaggio da uno stile produttivo - e da un'immagine esterna (che però nel 1994 portava ancora il Farbatlas Rebsorten di Hans Ambrosi, studioso tedesco, ad ignorare il Verdicchio e a non comprenderlo in un repertorio di ben trecento varietà d'uva ...) di vitigno e di vino di scarsa qualità, senza pretese, anonimi, tecnicamente perfetti, ma senza ... attributi, all'attuale realtà, che ha visto il Verdicchio Doc, targato Jesi e Matelica, inserirsi prepotentemente nel novero dei vini e delle varietà che fanno la grandezza del panorama vitivinicolo non solo marchigiano, ma dell'Italia tutta.
Talmente forte il Verdicchio, e centrale nella storia e nello sviluppo della vitivinicoltura marchigiana da reggere tranquillamente tutti gli utilizzi e le interpretazioni possibili che a questo vitigno hanno via via dato gli addetti ai lavori, abituati a lavorarci per ricavarci dei bianchi stile tradizionale, vinificati in acciaio, ma anche a sperimentare fermentazioni e affinamenti in legno, grande e barrique, a spumantizzarlo, con il metodo Charmat e con il metodo classico (come fa, molto bene, una cantina come la Colonnara), sino a sottoporre le uve ad appassimento per tentare la strada del vino da dessert o da fine pasto. Da accostare ai formaggi più che ai dolci.
Sul Verdicchio, soprattutto quello di Jesi, perché su Matelica, sebbene la Cantina Sociale Belisario, Mecella, Bisci, La Monacesca stiano lavorando bene, esistono ancora notevoli margini di miglioramento, di ricerca e sperimentazione, stanno attualmente giocando di fino, e con grande classe, numerose aziende.
Da quelle storiche e più grandi, per dimensioni produttive, come Fazi Battaglia (di cui abbiamo non più tardi di agosto segnalato Le Moie), Umani Ronchi, Monte Schiavo, Garofoli, Terre Cortesi Moncaro, Colonnara Marche, alle più piccole, ma già dotate di forte immagine, quali Vallerosa Bonci, Brunori, Bucci, Fattoria Coroncino (del simpaticissimo Lucio Canestrari, romano in terra marchigiana), Zaccagnini, alle emergenti Fonte della Luna - Cimarelli (che si avvale della distribuzione e dei preziosi consigli di Silvano Formigli), Casalfarneto, Sartarelli, Lucangeli, Canestrari.
L'ultima scoperta, non segnalata dalla Guida di Veronelli, confinata da Vini d'Italia nella pagina limbo delle altre cantine, ignorata da Duemilavini, guida dell'A.I.S. di Roma (diciamo le cose come stanno !) del "presidente" Franco Ricci, la dobbiamo ad un lettore, che leggendo precedenti nostri pezzi di argomento marchigiano ci ha voluto segnalare un piccolo produttore serio e coscienzioso.
Posta in zona di grande vocazione, la frazione Castellaro di Serra San Quirico (AN), l'azienda agricola Accadia, dal nome del proprietario, Angelo Accadia, fu acquistata nel 1983 e può contare su cinque ettari messi a dimora nel 1991, posti ad oltre 350 metri d'altezza, dove grazie ad un attento lavoro di selezione di portainnesti e di cloni si è riusciti a realizzare progressivamente, in silenzio, senza proclami altisonanti e soffietti di pubbliche relazioni, vini di notevole personalità.
E' naturalmente il Verdicchio, data la zona, il vino simbolo dell'azienda, a tal punto che Accadia ne produce addirittura due, uno base, o annata, denominato Conscio, 80 quintali per ettaro la resa, affinato un paio di mesi in bottiglia, prima della commercializzazione, e uno, che definiremmo cru, denominato Cantorì, proveniente da una selezione particolarmente rigorosa di uve, raccolte a sovramaturazione, effettuata in vigna. Per la produzione viene utilizzato solo il mosto fiore, la resa è drasticamente ridotta a 50 quintali per ettaro, l'imbottigliamento avviene qualche mese dopo il vino normale, seguito da un periodo di affinamento in bottiglia prima dell'entrata in commercio.
L'annata 2000 ha espresso 4600 bottiglie, che vi consigliamo, se ci riuscite, di procurarvi, come pure di segnarvi il nome di questo vignaiolo che noi stessi speriamo di conoscere personalmente ben presto nella sua cantina.
Il Cantorì, dotato, come pure il Conscio, di etichette che ricordano vagamente lo stile metafisico di De Chirico, con tanto di teste ovali, di oggetti totalmente incongrui rispetto al contesto, di architetture essenziali, proposte in prospettive non realistiche, di manichini, simboli dell'uomo-automa contemporaneo ispirati dallo "uomo senza volto", personaggio di un dramma del fratello Alberto Savinio, a sua volta grande pittore e scrittore, è un Verdicchio dei Castelli di Jesi moderno che ci piacerebbe tanto fare assaggiare alla grande collega Jancis Robinson per vedere come si siano mosse le cose nelle Marche. E come il Verdicchio meriti, anche da parte sua, un ripensamento e una diversa valutazione.
Colore giallo paglierino pieno dorato, carico, con leggere venature tra il dorato ed il ramato, presenta subito un naso pieno, ricco, che esalta la frutta matura, la pesca noce, la mandorla, il miele, il gheriglio di noce, la liquirizia come sue note essenziali. In bocca che spettacolo ! Un gusto intenso, strutturato, un frutto succoso che richiama la pesca, il miele, le mandorle, le noci apprezzate a livello olfattivo, uno splendido equilibrio di tutte le sue componenti, un alcol sostenuto ma bilanciato, e una sorprendente lunghezza, persistenza ed espansione. Un vino solare, di grande dolcezza, morbidezza e carattere, un vino che ci piacerebbe mettere alla prova, non solo su preparazioni a base di pesce, soprattutto su una zuppa o un brodetto all'anconetana, su triglie o stoccafisso in umido, ma su carni bianche come coniglio in porchetta con prosciutto crudo e pancetta, pollo o agnello, o addirittura porchetta in potacchio. Con le sue caratteristiche siamo convinti che ne uscirebbe alla grande.

Franco Ziliani



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