Amarone classico
della
Valpolicella
Il Fornetto 1995
Stefano Accordini


Vendemmia: 1995
Categoria:
Vino rosso Doc Uve: Uve Corvina, Veronese e Corninone
Gradazione Alcolica: 16° vol.


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Amarone classico della Valpolicella Il fornetto 1995
Azienda agricola Stefano Accordini
Via A. Bolla 9 - 37020 Pedemonte di San Pietro in Cariano – (VR)
in collaborazione con:

Fresco reduce, mentre scrivo, da un tour di due giorni fitti di incontri, degustazioni, confronti ed emozioni, compiuto in Valpolicella in compagnia del collega Burton Anderson, posso assicurare che il panorama produttivo di questa zona è tra i più vivaci oggi esistenti in Italia, anche se il successo quasi improvviso "scoppiato in mano" ai produttori, grazie al loro vino più emblematico e difficile, l'Amarone, necessita di ampi momenti di riflessione e di analisi.
Perfettamente a fagiolo è giunto pertanto il dibattito, dal tema assolutamente centrato, "Amarone stile di vino o vino di stile ?" svoltosi venerdì 27 (vedi la precedente notizia della settimana), che ha visto coinvolte più di centocinquanta persone e l"intero panorama produttivo, con la sola eccezione di Bepi Quintarelli e di Franco Allegrini, trattenuto da un piccolo problema di salute, della zona, tutte interessate ad interrogarsi sui segreti di questo successo, sul modo di perpetuarlo, sul rapporto esistente tra ogni singolo produttore e questo meraviglioso monumento dell"enologia italiana.

Intendiamoci, come ha dimostrato il dibattito (su cui torneremo più diffusamente presto in sede di commento e di cronaca), non tutto è oro quel che luccica in questo magic moment della Valpolicella e del suo re vinoso. Basta leggere il lucidissimo, polemico articolo dedicato da Sandro Sangiorgi, creatore di quella vivace, irriverente rivista chiamata Porthos (porthos@porthos.it vedi anche il sito Internet www.porthos.it), apparso sul numero di marzo e corredato da commenti alle degustazioni piuttosto eloquenti, per avere una chiara idea di come questa "rivoluzione - rinascimento", come l'ha definita Anderson, abbia bisogno in qualche modo di sedimentare. E dalla fase attuale, entusiastica, vivacissima, della creatività, dello spontaneismo, della ricerca di una personalità, si possa passare rapidamente ad una sintesi, alla definizione di uno stile che sia abbastanza "tipico" e riconoscibile, che non crei una situazione pirandelliana da "uno nessuno e centomila" o ponga problemi d'identificazione nel consumatore, frastornato, come può esserlo oggi, dalla presenza sul mercato di modelli e "filosofie" di Amarone tanto diverse tra loro e contrastanti.
Alla ricerca di una loro idea, di un modo personale di "vivere" l'Amarone, molti produttori finiscono davvero, come annota acutamente Sangiorgi, per realizzare vini che "si assomigliano troppo, sono soggiogati dal rovere e sembrano alla disperata ricerca del". Vini, ancora, che in molti casi palesano una "freddezza tecnica" che può persino sgomentare, che produce ammirazione, ma non genera quell'emozione, quello choc, quel colpo da k.o. ben piazzato che un grande Amarone deve assolutamente provocare. Se vuole essere se stesso e non rincorrere, in maniera suicida, falsi miti e modelli bordolesi o del Nuovo Mondo dal cui confronto può uscire vincente solo se, paradossalmente, decide di non confondersi, e di non porsi in competizione con loro.
Intendiamoci, a differenza da quel che accade nel mondo del Barolo, dove la dicotomia botte grande / barrique, fermentazioni lunghe, fermentazioni "sveltina" alla Altare & compagni, ha ancora notevole peso e genera differenze fondamentali nell'identità del vino, nel caso dell'Amarone, vista l'entrata in gioco della pesante componente dovuta all"appassimento (con le sue differenti tecniche, durate, condizioni), il tipo di affinamento e di legno utilizzato è meno cruciale. Certo, ci sono vini letteralmente "massacrati" e stravolti dall'eccesso di rovere nuovo, dalle barrique, dai tonneaux e dalle mini-barrique sigaro da 110 litri, ma ci sono vini, possiamo citare i casi esemplari di Dal Forno, Bussola, Begali, Cantina di Negrar, Brunelli, Tedeschi (alcuni vini), i primi nomi che mi vengono in mente, dove sebbene affinati in piccoli fusti i vini risultano grandi senza discussioni per la qualità strepitosa dell'uva utilizzata e per il magnifico savoir faire del produttore.
Uno degli esempi più convincenti in assoluto di Amarone new wave, lunghissimamente e caparbiamente affinato in legni piccoli, è per me oggi rappresentato da un vino proposto da una "boutique o addirittura garage winery" di Pedemonte, Stefano Accordini, che al suo secondo anno di produzione, (la terza annata, 1997 sta ancora riposando in botte e prevedibilmente non uscirà sul mercato prima del 2002 - 2003) ha pienamente centrato l'obiettivo di fondere in maniera virtuosa rispetto della tradizione, intesa come volontà di dare vita ad un vino di forte personalità e di carattere da terroir, innovazione e modernità, ma cum grano salis et intelligenza.
Tiziano e Daniele Accordini, fratelli oggi responsabili di questa azienda creata dal padre Stefano, stanno dimostrando di saper fare tesoro dei quattro ettari scarsi di vigneto, ben esposti a sud est e condotti con ogni cura, messi a loro disposizione nella frazione Bessole di Negrar, e progettano di fare altrettanto con gli altri sette ettari recuperati di recente in collina a Fumane. Molto bravi per i loro vini "normali", il Valpolicella classico, il Classico superiore (splendido, nervoso, fresco, pulito e vibrante nell"edizione 1999, una delle migliori in assoluto sinora provate), per l"Amarone Acinatico, un pelino meno convincenti, per il mio gusto e la mia sensibilità, per il Super Veneto Red Passo, una Igt dove le uve da Amarone si sposano ad un 20-25% di Cabernet Sauvignon e Merlot, hanno saputo cavare fuori una zampata da leoni con il più ambizioso, prestigioso (e costoso) dei loro Amarone, il Fornetto e con la magnifica versione 1995 che da poco è uscita, senza farsi condizionare dalla fretta, sul mercato.
Fa un certo effetto, dopo aver ascoltato Dal Forno parlarci appassionatamente della necessità di superare i tradizionali sistemi di allevamento della Valpolicella, di passare a densità per ettaro molto elevate (anche le 11-13 mila piante !!!! di alcuni suoi vigneti), prendere atto che questo vino, che a me piace moltissimo, nasce da un vigneto di trent"anni d'età, posto su terrazzamenti a secco ad altezza da 200 a 230 metri, coltivato nientemeno che con pergoletta doppia, con una banalissima densità di impianto di 2500 viti per ettaro, con un carico di 14 gemme per ceppo, con Corvina Veronese dominante al 75% e Corvinone 25%.
Quando si considera però che la resa per ettaro è di 40 ettolitri, che l'appassimento si è protratto per 140 giorni, la macerazione è stata di 30 giorni (di cui 15 a freddo) con due follature manuali al giorno, che non è stata effettuata filtrazione e la stabilizzazione è stata naturale, e l'affinamento, in barrique nuove di rovere francese Allier e Nevers, si è protratto dolcemente e lungamente, senza fretta, per ben 36 mesi, seguito da altri 12 di riposo in bottiglia, allora tutte le teorie, le arrière-pensées, le prevenzioni, le, non incrollabili, certezze vanno letteralmente a farsi benedire e non resta altro che inchinarsi, senza chiedersi se sia tradizionalista, modernista, innovatore, rivoluzionario, conservatore, se voti Berlusconi o Rutelli il 13 maggio, a questo grande Amarone della Valpolicella.
Un vino che mi piace molto per il suo colore, rubino carico concentrato senza esagerazioni, profondo ma ancora pieno di vivacità e di giovanile esuberanza (è destinato a sfidare il tempo, se avrete la pazienza e il coraggio di non stapparlo prima), ma che mi conquista via via, come una bella donna che conosci sempre meglio man mano che la frequenti e che entri in sintonia con lei, per il suo meraviglioso bouquet di profumi, che si dispone e si accampa nella tua mente, proprio come quella donna della tua fantasia, per la dolcezza, la cremosità, la nitidezza e pulizia estrema di frutto (prugna e ciliegia e mora), le leggere inebrianti sfumature di cacao, caffè, spezie, senza alcun'interferenza esterna dovuta ad un legno volgare, verde, noioso come spesso si trova.
La bocca conferma in pieno questa dolcezza d'accenti, la straordinaria personalità, con una bellissima materia fruttata polputa, calda, masticabile ma mai marmellatosa e ancora vivacissima, che si dispone a strati, che ha velluto, morbidezza, ma anche la vigorosa virilità di un grande tannino da frutto e non da legno, e che nonostante sembra non finire mai, proprio come quel caldo abbraccio del tuo sogno, chiude, dopo averti avvolto, coinvolto, stravolto e annichilito, quasi un coup de foudre, con un'ammirevole stupefacente freschezza e pulizia, con una linearità che solo i grandi vini, espressione di un grande territorio, di una grande zona vinicola e di un produttore ispirato, sanno esprimere.
Non ci porremo assolutamente la falsa questione di cosa abbinare a questo Fornetto (dai dati analitici che parlano di un alcool svolto di 16.20%, di zuccheri riduttori residui 9 gr/l, di un estratto secco totale di 39 grammi litro), se selvaggina, carne alla brace, brasato, filetto e tagliata di manzo, roast beef o formaggi stagionati a pasta dura, o se altre cose carnose legate al vostro gusto e alle vostre predilezioni. E non ci chiediamo nemmeno se il prezzo abbastanza elevato, e la non facilissima reperibilità dovuta ad una produzione limitata da selezione super da piccola azienda agricola possano costituire elementi di freno per segnalare un vino che ci ha così tanto entusiasmato.
Vi chiediamo solo di procurarvi, se riuscite, due bottiglie: una da tenere in cantina e da coccolare negli anni ad ogni visita e l'altra da stappare e da godervi, in un'atmosfera baudelairiana da "luxe, calme et volupté", in compagnia di quella donna che si è accampata nella vostra mente e vi fa vedere la vita "en rose", e il mondo meno "difficile, felicità a momenti" di quello che è, o vi vorrebbero far credere.
Chapeau bas per questo grande vino et à votre santé !

Franco Ziliani


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