Alto Adige Cabernet Sauvignon
Cor Römigberg 1997
Lageder



Vendemmia: 1997
Categoria:
Vino rosso Doc
Uve: Cabernet, Sauvignon, Petit Verdot
Gradazione Alcolica: 13° vol.


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Alto Adige Cabernet Sauvignon Cor Römigberg 1997 Lageder
LAGEDER ALOIS
V.le Druso, 235 - 39100 BOLZANO (BZ)
in collaborazione con:

Südtiroler non per nascita, ma ad honorem, per amore del magnifico territorio altoatesino, della sua cultura e delle sue tradizioni, ho più volte sottolineato, in questi anni, la travolgente crescita complessiva del panorama produttivo della provincia di Bolzano, così forte ed irresistibile che oggi quest’area di confine rappresenta la vera terza forza vinicola italiana. Lo posso affermare a ragion veduta, avendo seguito di persona, dal 1984, l’evoluzione e lo sviluppo che, in vigneto ed in cantina, ha coinvolto ad ogni livello gli uomini del vino altoatesini, e avendo sopportato, senza fare una piega, le ironie ed i sorrisetti di chi attribuiva i miei elogi ragionati a partigianeria o ad eccessiva condiscendenza verso i produttori di Lagrein, Vernatsch e Blauburgunder.
Non posso pertanto che rallegrarmi quando nell’introduzione alle ben 56 schede dedicate ad aziende vinicole altoatesine, leggo che l’Alto Adige è definito come "una delle regioni vitivinicole più interessanti d’Europa. Un punto di riferimento per tutti gli appassionati di vino, non solo in Italia", e quando Alessandro Masnaghetti annota che "dopo dieci anni e più di continua crescita e di consolidamento, l’Alto Adige può essere ormai considerato a tutti gli effetti una delle migliori realtà del panorama enologico italiano".
Per questo motivo, con meticolosa pazienza e con finalità scientifiche mi sono dedicato ad analizzare il panorama della produzione vitivinicola altoatesina che emerge da un esame attento dei giudizi espressi dalle cinque guide dei vini disponibili in Italia, concentrando l’attenzione in particolare sui "vini top", quelli che hanno ottenuto i massimi punteggi (tre bicchieri, cinque grappoli, super tre stelle, valutazioni superiori agli 85/100, ecc.).
Ho scoperto con piacere, che in questa categoria di vertice le "nominations", in altre parole il numero di volte in cui un vino altoatesino è stato inserito nel Gotha della produzione vitivinicola italiana, sono state 73, mentre i vini selezionati come "top wine" sono stati 48, questo perché alcuni vini sono stati scelti da più guide. Passando al panorama produttivo ho registrato che sono state selezionate 29 aziende vinicole, di cui otto Cantine Sociali. Nomi ben noti da anni, come Hofstätter, le Cantine Produttori di Colterenzio, Terlano, San Michele Appiano, Castel Schwanburg, l’Abbazia di Novacella, ma anche tante altre piccole e medie aziende, tipo Franz Haas, Niedermayr, Josephus Mayr, via via emerse per ottimi vini bianchi, rossi, o da dessert.
Scorrendo tale Gotha, formato dai vaticini dei baedeker cartacei italiani, ho però scoperto, con autentica stupefazione, che all’appello, incredibilmente, mancava il vino di una cantina storica, che, sempre secondo Masnaghetti e la guida dell’Espresso "è una di quelle che più ha contribuito ad affermare l’immagine del vino altoatesino e ancora oggi occupa una posizione di primo piano nel panorama regionale".
Sono quindi andato a scartabellare, scheda per scheda, quello che avevano scritto le varie guide su questa casa storica, ma non più giudicata degna di far parte dell’aristocrazia del vino dei Südtiroler wein. Ho trovato una quaterna di "4 grappoli" sulla guida dell’A.I.S., un 15/20 e tre 14,5/20 del Masna, un 90/100, un 89/100, due 88/100 e sei 87/100 elargiti dal duo Daniel Thomases – Gigi Brozzoni sulla Guida di Veronelli, e una volta giunto alle due guide più particolari e a diverso titolo influenti, quella firmata dal guru romano teorico del vino frutto e la guida di riferimento curata a quattro mani dal capataz di Bra e dal Robert Parker der Tufello, ho verificato, stropicciandomi bene gli occhi per l’incredulità, che dell’azienda vitivinicola Alois Lageder di Magrè, da più di 150 anni attiva nel mondo del vino, proprietaria di circa 17 ettari vitati (e centinaia in conduzione), più altri 30 di competenza della gemella Casòn Hirschprunn, non c’era letteralmente traccia. Sparita misteriosamente, dimenticata non si bene per quali oscure ed imponderabili ragioni, cassata, come se Lageder e Luis von Dellemann, suo cognato ed esperto enologo, fossero due nesci qualsiasi, due principianti alle prime armi, due dilettanti incapaci di fare grande qualità e non gli artefici di vini di riferimento, nella storia vitivinicola altoatesina degli ultimi vent’anni, quali lo Chardonnay ed il Cabernet Löwengang, il Lagrein Lindenburg, il Pinot bianco Haberlerhof, il Pinot grigio Benefizium Porer ed in epoca più recente il Cabernet Sauvignon Cor Römigberg ed il Pinot nero Krafuss.
Ho pensato ad un errore del proto, ad uno scherzo perfido del rilegatore che, nel caso di entrambe le guide, aveva dimenticato d’inserire la pagina relativa all’azienda del presidente del Museo di Arte Moderna di Bolzano, costruttore di una delle più belle e razionali cantine italiane, appassionato di bio architettura, uomo di cultura animatore d’importanti iniziative di carattere artistico. Mi è bastato fare una semplice verifica per scoprire una verità desolante: Lageder per Vini d’Italia e Guide Maroni non può esistere, perché ha deciso di non sottoporre i suoi campioni al giudizio di questi "esperti" e perché non invia i campioni omaggio alle degustazioni. Non avendo una particolare stima del modo in cui gamberisti ed il cantore ufficiale della casa vinicola di Sorbo Serpico valutano i vini, Lageder ha scelto la via se non del boicottaggio, perché impedire a qualcuno di scrivere di vini che non sono clandestini, ma sono disponibili sul mercato, non è possibile, quantomeno della non collaborazione, della resistenza civile.
Di fronte alla scelta del vignaiolo di Magré, più volte presidente dell’Unione vini altoatesini e figura di riferimento nel panorama produttivo della provincia di Bolzano, le due guide potevano benissimo, visto il valore dell’azienda e dei suoi vini, decidere di recarsi in enoteca, allargare il portafoglio e acquistare quantomeno i sei – sette vini più importanti e blasonati. Facendo invece in qualche modo loro uno slogan pubblicitario di una nota casa spumantistica piemontese che, protagonista George Clooney, dice "no Martini, no party", Vini d’Italia ed il buon Maroni hanno esclamato in coro "no wines, no guide", niente campioni omaggio niente scheda, eliminando senza alcun problema, senza rimorsi di coscienza, Lageder dalle loro corpose pubblicazioni, dove pure sono presenti vignaioli dalla discutibilissima moralità, usualmente avvezzi ad infrangere leggi, regolamenti e la corretta prassi produttiva, in ossequio alla modernità, al mercato e al loro tornaconto personale.
Trovando squallide queste ritorsioni, espressione fedele di una logica da clan, non mi abbasserò al livello di che se n’è reso responsabile, e conoscendo l’intelligenza dei lettori di WineReport, preferisco non commentare oltre ed invitarli, ma sono già abituati a farlo, a ragionare e gustare con il loro palato, a considerare la casa vinicola di Magrè come merita, anche se talune guide la ignorano e altre, forse condizionate dall’ostracismo della guida che non guida, si mostrano tiepide nei suoi confronti. Sebbene non faccia parte del Gotha altoatesino, quello sancito dai baedeker enologici, e preferisca non prostituirsi con pubbliche relazioni e ruffianerie nei confronti dei "potenti" della critica italica e dedicare parte del suo tempo non a cene a base di pacche sulle spalle verso il guidaiolo influente, ma al lavoro, appassionato e disinteressato, d’animatore culturale, Alois Lageder, a mio avviso, resta uno dei migliori produttori südtiroler in assoluto, e la sua una delle aziende da cui non si può assolutamente prescindere se s’intende valutare la situazione del vino altoatesino.
Non lo dico solo in base ad un’antica amicizia e stima nei confronti di Alois, ma perché i suoi sono veramente dei signori vini, come ho verificato nel corso della magnifica verticale di Chardonnay Löwengang fatta quest’anno, degli assaggi ripetuti del Pinot nero Krafuss, la cui versione 1998 era una delle due – tre veramente notevoli di questo non indimenticabile millesimo.
Quali produttori di vini rossi Lageder e von Dellemann dimostrano, ormai da tempo, di aver la mano particolarmente felice sul Cabernet Sauvignon, varietà che in Alto Adige, nelle posizioni più vocate, sa esprimersi ad alti livelli.
La dimostrazione di questo feeling con la cultivar bordolese si ha nel più nobile e blasonato dei vari vini a base Cabernet prodotti a Magrè, il Cor, che nasce da un vigna di 1,7 ettari esposta, in un microclima molto caldo, a sud – sud – est, collocata a 350 metri di altezza lungo il ripido versante dello storico vigneto Römigberg, proprio di fronte al lago di Caldaro, e ne costituisce la parte centrale, il "cuore" appunto. In questo vigneto, su terreno pietroso, sabbioso, di origine calcarea – argillosa e perfettamente permeabile, nel 1986 è stato realizzato un impianto a Guyot ad alta densità, 6000 – 8000 viti per ettaro, atto ad esprimere produzioni contenute, nell’ordine dei 40 ettolitri ettaro, di altissima qualità.
Raccolte il 13 e 14 ottobre 1997, in condizioni di perfetta maturazione, le uve hanno subito una vinificazione classica, con macerazione e fermentazione per 18 giorni in acciaio ed ultimata la malolattica lungo affinamento, ben 19 mesi, in piccoli fusti di rovere francese (Allier e Nevers), nuove per due terzi.
Il risultato è questo autentico Château altoatesino (nell’uvaggio, accanto al Cabernet Sauvignon figura anche una piccola parte di Petit Verdot, à la façon bordelaise…), che conferma il blasone del vino e si configura, come ha annotato il giornalista e master of wine Nick Belfrage, nel suo libro Barolo to Valpolicella, quale "uno dei grandi Cabernet italiani e del mondo".
Colore rubino di bellissima densità e vivacità, grasso ma non oleoso nel bicchiere, il Cor 1997 s’impone immediatamente grazie ad un naso fitto e carnoso, profondo e maturo, di bella concentrazione, fittezza e calore, ad un bouquet fruttato di ciliegia, prugna, ribes e mora di rovo, venato da accenni speziati, sfumature minerali, ricordi di cacao e di caffè, che vanno a delineare una riconoscibilità varietale dove il carattere vegetale, la nota di peperone verde, è estremamente sfumata, mai aggressiva e rimane ampiamente in sottofondo. In bocca il vino conferma la sua eleganza d’impianto, il suo stile aristocratico e finissimo grazie ad un gusto pieno, ricco, ad una polpa ben matura ma non marmellatosa, ad un’estrema dolcezza del frutto, ad una totale assenza di spigoli, ad una struttura tannica sostenuta ma discreta, ad un modo avvolgente e caldo di disporsi, a strati, sul palato, mantenendo, in souplesse, senza forzature, una persistenza lunghissima. Un Cabernet Sauvignon di classe assoluta, un vino importante, che onora la viticoltura altoatesina e italiana.

Franco Ziliani


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