Lacryma Christi
del Vesuvio
rosso 1998
Grotta del Sole


Vendemmia: 1998
Categoria:
Vino rosso Doc Uve: Aglianico, Piedirosso, Sciascinoso
Gradaz. Alcolica: 12° vol.


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Lacryma Christi del Vesuvio rosso 1998 Grotta del Sole
Cantine Grotta del Sole S.r.l.
Via Spinelli - 80010 QUARTO (NA)
in collaborazione con:

Quando si parla della viticoltura in Campania, dopo aver doverosamente tributato il giusto e doveroso omaggio all'avellinese, alle aree dove hanno trovato terra d'elezione vitigni come il Fiano (d'Avellino appunto), il Greco di Tufo e l'Aglianico (la struttura del mitico Taurasi, quello autentico, non taluni moderni al gusto e al profumo di "Merlot"), dopo aver parlato del beneventano, del Taburno e di Solopaca e di Sant'Agata dei Goti, aver ricordato le alberate nel casertano da qui nasce il mirabile Asprinio d'Aversa, citato l'antica storia del Falerno del Massico e del Cecubo, lodato Ischia e Capri ed i loro vini schietti, ci si dimentica spesso, non so bene perché, che anche Napoli e la sua provincia hanno cose bellissime da dire e vini di assoluta personalità.
C'è ad esempio la bellissima zona della Doc Costa d'Amalfi, con la perla di Furore e poi spostandosi verso Salerno la zona di Tramonti e di Ravello, c'è l'area magnifica, ricca di storia e di fascino dei Campi Flegrei, a nord ovest di Napoli, con la Falanghina ed il Piedirosso spesso coltivati su piede franco, come se la fillossera da queste parti non avesse alcun significato, poi troviamo la meravigliosa, suggestiva area alto collinare della Penisola Sorrentina, con vecchi vigneti spesso coltivati con antichissimi sistemi e con varietà dai nomi suggestivi come Sciascinoso, Castagnara, Surbegna, Suppezza, S.Antonina, Sauca, oltre naturalmente al Piedirosso e all'Aglianico, da cui nascono piccoli vini che letteralmente adoriamo come il Gragnano ed il Lettere.
Una delle zone più suggestive, però, e paradossalmente che meno godono dell'immagine elevate che meriterebbero, è quella vesuviana, che comprende comuni come Boscotrecase e Terzigno, dove i terreni sono giocoforza vulcanici, tendenti allo sciolto, con forte presenza di pomice, dove i vitigni dominanti in bianco sono il Caprettone (variante locale della Coda di Volpe) ed in rosso e rosato Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso (chiamato localmente Olivella).

Qui i vigneti vengono allevati a spalliera e tendone, sino a 600 metri d'altezza sulle pendici del Vesuvio, con vendemmie che arrivano agevolmente ad ottobre, e con una mirabile coabitazione - coesistenza, in una concezione dell'agricoltura che viene da lontano e non è stata rinnegata in omaggio alla nuova concezione del vigneto specializzato, tra viticoltura, frutticoltura e orticoltura.
Grazie al particolare tipo di suolo, ovviamente lavico e ricco di sostanze minerali, al clima temperato, con inverni miti, estati non caldissime e piogge concentrate nel periodo autunno-inverno, l'agricoltura nell'area del Vesuvio vanta un'antichissima storia.
Oggi, accanto alla viticoltura ha notevole spazio la frutticoltura, con circa cento specie di albicocche, tra cui la "Pellecchiella", considerata la migliore per il suo gusto particolarmente dolce e per la compattezza della polpa, la Boccuccia liscia di sapore agro dolce e la Boccuccia spinosa, così detta per la buccia meno liscia, quindi la Cafona, ecc.
Le ciliege sono invece coltivate alle falde del Monte Somma.
Un altro prodotto tipico, assolutamente straordinario sono i famosi pomodorini di piccole dimensioni, tondeggianti, con una caratteristica punta alla base, dal sapore dolce-acidulo dovuto alla particolare concentrazione di zuccheri e sali minerali. Raccolti acerbi in estate e conservati legati con uno spago attorcigliato vengono riposti in luoghi asciutti, lontano dai raggi del sole, maturano lentamente, conservando la polpa gustosa e succulenta, protetta dalla buccia che appassisce. I grappoli di pomodorini così raccolti sono detti a piennolo.
Anche la viticoltura è importantissima e Aristotele annota che i Tessali, antico popolo della Magna Grecia, piantarono le prime viti nella zona vesuviana allorché si stabilirono in Campania nel quinto secolo avanti Cristo.
Numerosi poeti latini come Sallustio, Plinio, Marziale (Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit . "Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa", ha scritto), ad esempio, hanno testimoniato nei loro scritti quanto in epoca romana il Vesuvio fosse noto per i suoi vini, ricoperto quasi interamente da vigneti, disseminato di case rustiche disposte lungo le falde del monte destinate alla coltivazione della vite ed alla produzione del vino.
Alle falde del vulcano, in una zona di produzione comprende solo le aree a vocazione viticola di 15 comuni in provincia di Napoli, localizzati sulle pendici del Vesuvio, sono coltivate l'uva Falanghina del Vesuvio, la Coda di Volpe (chiamata localmente Caprettone) e il Piedirosso del Vesuvio, dalle quali si ricava il famoso Lacryma Christi, un vino dall'odore gradevolmente vinoso e dal sapore secco e aromatico, prodotto nelle tipologie rosso, rosato e bianco, in versione spumante naturale e come bianco liquoroso.
La sua leggenda vuole che Lucifero, dopo essere stato scacciato dal Paradiso, n'avrebbe rubato un lembo, portandolo sulla terra a formare il golfo di Napoli. Addolorato per questa perdita, Gesù Cristo avrebbe pianto. Le sue lacrime sarebbero cadute su ed intorno al Vesuvio: da qui sorse poi la vite del Lacryma Christi. Ed è solo una delle tante leggende fiorite su questo vino che nel Settecento affascinò anche Voltaire.
Sono diverse, anche se non numerosissime, le aziende produttrici di questo vino, Sorrentino e le Cantine Russo a Boscotrecase, Saviano ad Ottaviano, le Cantine Caputo di Teverola nel Casertano, ma oltre ai vini, classici e sempre impeccabili, dei Mastrobrerardino di Atripalda (sempre ottimi, affidabili e fedeli all'identità storica della viticoltura campana), io amo particolarmente i Lacryma Christi delle Cantine Grotta del Sole di Quarto, creazione della famiglia Martusciello, una dinastia di enologi fortemente impegnati nella Penisola Sorrentina, nei Campi Flegrei, nell'area dell'Asprinio di Aversa, cui si deve il meritorio rilancio commerciale del Gragnano (insuperabile sulla pasta e fagioli) e del Lettere.
Il loro Lacryma Christi rosso non sarà forse il più "estivo" dei vini, ma su un piatto di ziti al ragù (ovviamente a base di lonza e puntine di maiale), sulle braciole al ragù, su saltimbocca alla sorrentina, sullo stracotto di noce di manzo curiosamente denominato "genovese", su peperoni imbottiti (di maccheroni) con salsa alla puttanesca, su involtini ripieni, su una grigliata mista (anche di pesce spada) o su spiedini gustati durante una cena in giardino, tenuto ovviamente fresco sarà un magnifico accompagnamento.
Colore rubino brillante intenso, molto concentrato e vivace, mostra un naso ampio, carnoso e caldo, con aromi molto ben rilevati di ciliegia, di prugna, con accenni quasi dolci che ricordano il marron glacé, e lievi venature speziate. La bocca è piena, con un frutto polputo e pieno ed un gusto sapido minerale, tannini ben rilevati ma non aggressivi. Un vino che si beve con grande piacevolezza, che si fa apprezzare senza esitazioni per la sua genuina personalità, per il carattere ben saldo senza esitazioni. Il grande scrittore e giornalista Curzio Malaparte, che nel suo celebre romanzo, ambientato in gran parte a Napoli, La pelle, invitava a bere "questo sacro, antico vino", ne sarebbe sicuramente un convinto estimatore.

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Franco Ziliani



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