Magno Megonio Rosso
Val di Neto IGT 1999
Librandi
LIBRANDI ANTONIO
CATALDO & C


Vendemmia: 1999
Categoria:
Vino rosso IGT Uve: Magliocco
Gradazione Alc.: 13,5° vol.


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Magno Megonio Rosso Val di Neto IGT 1999 Librandi
LIBRANDI ANTONIO CATALDO & C
SS 106 C. DA S. GENNARO - 88072 Ciro' Marina (CZ)
in collaborazione con:

E’ proprio vero, com’è difficile essere profeti in patria ! Trascurati, per ignoranza, invidia, o puro provincialismo da chi vive accanto a loro ed in teoria dovrebbe conoscerli bene e apprezzarli, molti personaggi, attivi nei più diversi campi, dall’arte alla cultura, devono spesso attendere di essere scoperti all’estero, di ottenere una “legittimazione” del loro lavoro a migliaia di chilometri di distanza da casa, da osservatori ed esperti che si limitano, oggettivamente, a giudicare il loro operato, prima di essere, di rimbalzo, “scoperti” e riconosciuti grandi nella loro terra d’origine.
E’ una cosa singolare e stupida, ma è molto più diffusa, ed inspiegabile, di quanto si pensi. Accade quotidianamente con medici, architetti, scrittori, registi, attori, musicisti, ed in cento altre attività svolte nel campo della libera professione, della creatività e dell’imprenditoria, ma, e come potrebbe essere diversamente ?, si verifica anche nel campo del vino.
Quante volte, in questi anni, non c’è accaduto di accorgerci improvvisamente della grandezza di una bottiglia, dell’originalità e della genialità di un produttore, della sua capacità di stare sul mercato, del valore di una zona vinicola, solo dopo aver casualmente verificato che la stampa di lingua inglese o tedesca, il potente wine writer d’oltre oceano, l’importatore attento ci avevano bruciato sul tempo !
L’ultimo episodio di questo strano gioco di avvistamenti e riconoscimenti in ritardo, di folgorazioni sulla via di London, New York o Zurich, risale a settembre, quando sulla bella rivista inglese Wine, il columnist Matthew Jukes in un articolo (già segnalato nel Dicono di lui di ottobre) è riuscito a sorprenderci per la sua competenza e conoscenza anche di varietà ben poco conosciute in Italia, grazie ad una celebrazione del Magliocco calabrese, un vitigno definito “ una varietà che era straordinariamente importante in Calabria, ma ora è stato largamente estirpata a favore d’altre noiose varietà internazionali. Ma può essere veramente superiore a loro. Una struttura muscolare e un’intensità di frutta nera è il suo carattere distintivo, ma senza alcun’ombra d’astringenza tipica del Nebbiolo e con un profilo aromatico completamente diverso da quello del Sangiovese. Nelle sue migliori espressioni questa varietà può dare vita a vini di grande importanza, che possono impensierire i Super Tuscan”. E trasformarsi in vini “intensi, complessi e di gran classe”.

Favoriti dalla nostra periodica frequentazione, da sette, otto anni a questa parte, della Calabria e precisamente di Cirò marina, dove un produttore geniale e intraprendente come Librandi, dapprima facendo propria un’intuizione di Severino Garofano, suo antico enologo consulente, quindi basandosi sull’analisi meticolosa dei terreni della tenuta Rosaneti in Val di Neto svolta dal team Scienza – Lizio – Lanati, ha puntato senza esitazioni sul recupero di questa varietà, dopo aver assaggiato i primi vini sperimentali ottenuti dalla vinificazione in purezza del Magliocco, non avevamo avuto alcun dubbio sull’enorme potenziale e sul futuro di questa varietà. Cultivar di antica coltivazione in Calabria, come ci ricorda Vitigni d’Italia (opera che trovate ampiamente recensita nella sezione del libro del mese), il Magliocco presenta tutte le caratteristiche per essere riconosciuta come grande: peso medio del grappolo contenuto in 150, 200 grammi massimo, vigoria media, buona tolleranza alle avversità climatiche e alle principali malattie crittogamiche, in particolare modo al marciume, e poi “elevato tenore polifenolico e in tannini”, buona acidità totale, struttura ed eleganza che lo rendono idoneo all’invecchiamento.
Una volta arrivato veramente in commercio, con l’annata 1999, dopo la prova in magnum annata 1995 e una piccola produzione targata 1998, il Magno Megonio di Librandi, dato il suo pedigree e le sue caratteristiche intrinseche, e la mano sapiente in fase di vinificazione di un enologo princeps come Donato Lanati, eravamo certi che avrebbe fatto l’en plein anche in Italia, con i conseguenti riconoscimenti e allori attribuiti dalle guide.
Invece, per la consueta legge del “nemo propheta in patria”, oppure per ignoranza, pigrizia mentale, oppure chissà per quale dannato motivo, con la sola eccezione della guida Veronelli, che già nell’edizione 2001 aveva attribuito il Sole e 93/100 all’annata 1998, dedicando al vino e al vitigno due pagine, recanti un divertente scambio epistolare tra me ed il Vate di via Sudorno 44, e che nella versione 2002 assegna il Super Tre Stelle all’annata 1999, sulle altre guide, del Magno Megonio si è perduta traccia. Vini d’Italia preferisce celebrare con i “tre bicchieri” il Gravello (ormai classico uvaggio di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon), e la stessa guida e l’ineffabile Duemilavini, espressione dell’Associazione Italiana Sommelier romana e del suo conducator Franco Ricci, ritengono, con curiosa valutazione, più meritevoli di menzione e di riconoscimenti massimi improbabili ed indescrivibili Merlot irpini o siculi, Cabernet Sauvignon sardi, vini molisani miracolati dalla mano sapiente dell’enologo di fiducia, sempre lo stesso, disinvolti connubi di Nero d’Avola e Cabernet, Chardonnay di Trinacria che ormai non hanno più nulla di diverso, nello stile e nel modo di produrli, da uno Chardonnay australiano o californiano. Questo alla faccia del terroir.
Niente paura. Anche se non l’hanno pluribicchierato e multigrappolato, il Magno Megonio è davvero un signor vino, che dà lustro ad una viticoltura calabrese e meridionale che vuole ritornare grande riscoprendo le proprie radici, dando voce e forza alla propria identità e personalità e non fingendo di essere la California d’Italia. Lo è, innanzi tutto, perché è un vino originale, personalissimo, uguale solo a se stesso, E perché recupera e rilancia in orbita una varietà autoctona, magnificandone le straordinarie potenzialità.
L’operazione culturale (e colturale), sebbene importante, mostrerebbe tutti i suoi limiti e presterebbe il fianco all’attacco di tutti coloro per i quali le parole tipicità e tradizione sono obsolete e retaggio di un modo di pensare da trogloditi, se il vino non fosse autenticamente riuscito. Il Magno Megonio, però, è vino tale da sbaragliare le perplessità dei più scettici, le riserve dei più incontentabili, quelli che se il vino non ha un gusto e una caratura internazionale rien à faire.
Il carattere saldissimo, la personalità di questa IGT Val di Neto, nata in una splendida zona restituita alla viticoltura dalla lungimiranza e dal coraggio di due autentici imprenditori vinicoli, Tonino e Nicodemo Librandi, produttori che badano solo a lavorare sodo senza sfruttare amicizie, parentele ed interessenze in Confindustria, nei salotti bene romani, nel mondo della stampa e dell’editoria, emerge sin dal primo contatto, dall’esame visivo del vino, che si propone con un colore rubino intenso violaceo, di bella densità e concentrazione, grasso e viscoso nel bicchiere, ma brillantissimo e vivace e ben lontano dalla lutulenta sempiterna tinta buccia di melanzana di tanti vinoni da laboratorio.
Il naso rivela subito che ci troviamo di fronte ad un vino del sole, caldo, maturo, di bella polpa e consistenza, con more di rovo, ribes, bacche selvatiche, accenni di sottobosco. In più, e in meglio, troviamo però una cifra di freschezza, di fragranza, di meravigliosa pulizia e nitidezza che non riduce mai il vino ad una banale spremuta di frutta, ad una marmellatosa monodimensionalità, ma conferisce eleganza, charme, un’aerea, enigmatica finezza.
La bocca rispetta in pieno quest’equilibrio, questa capacità di nobilitare la materia, abbinando una magnifica e polputa dolcezza di frutto, una consistenza salda e ricca di nerbo a tannini ben sostenuti, ma soffici e rotondi, ad un velluto caldo, ad una stoffa morbida e setosa, che rende il vino lunghissimo, avvolgente, persistente, capace di regalare innumerevoli sfumature di gusto, di volume, di calore.
Un vino difficile da paragonare ad altri, sicuramente lontano anni luce da troppi vini moderni del sud che rinnegano il nobile vernacolo degli avi per tentare di masticare uno zoppicante inglese “di brucculino”, più che di Brooklin che li rende patetici e incerti apolidi della viticoltura e dell’enologia, totalmente privi d’identità e infine falsi.
Gustatevi invece questo grande rosso meridionale e calabrese, giustamente compiaciuto di essere tale, su un grande e succulento piatto di carne, capretto, cacciagione, e carni rosse in particolare, su orecchiette con ragù d’agnello, su umidi con funghi o preparazioni saporite arricchite dal tartufo. Il centurione romano, che per primo, duemila anni orsono, lasciò una testimonianza scritta della cultura della vite in questa terra felix, sarebbe sicuramente orgoglioso di avere dato il proprio nome ad un vino tanto pieno di carattere, pugno di ferro in un morbido guanto di velluto.

Franco Ziliani



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