Mastroberardino
Turasi Radici 1996
Castel De Paolis


Vendemmia: 1996
Categoria:
Vino rosso Docg Uve: Uve Aglianico Gradazione Alcolica: 13° vol.


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Taurasi Radici 1996 Mastroberardino
Azienda vinicola Mastroberardino srl.
Via Manfredi 75/81 - 83042 Atripalda (AV)
in collaborazione con:

Uno dopo l'altro, "massacrati" dalla disinvoltura di molte aziende, dai diktat, o presunti tali, del cosiddetto gusto internazionale, che sembrerebbero imporre che un vino, per essere considerato importante, debba per forza palesare straordinaria concentrazione di colore, rubino fosco violaceo che più scuro non si può, un'estenuante e noiosa dolcezza data dal lungo affinamento in piccoli fusti di legno francese, una muscolarità da palestrato, potenza e morbidezza continue ed esibite, tannini morbidi e rotondi, strati su strati di polpa e frutto maturo e quasi marmellatoso, tutti i grandi rossi italiani, come osserva anche il nostro carissimo amico Andreas März ad una progressiva perdita della loro identità storica e ad un vero e proprio "imbastardimento" che sembra non incontrare nessuna resistenza qualificata. Sul banco degli accusati, oltre all'ignavia di molti produttori senza personalità e senza dignità, l'assenza di scrupoli di abili e celebrati wine maker, i quali non hanno nessun problema a spersonalizzare e a delocalizzare un vino e ad annullare quasi l'influenza del particolare terroir ricorrendo a spericolati tagli e correzioni non solo con i grandi vitigni del Centro Sud storicamente delegati alla bisogna, ma con vini che arrivano comodamente e discretamente dall'altra parte del mondo. Da quel Cile e soprattutto da quell'Argentina che rappresentano, insieme al Languedoc, il nuovo paradiso dell'approvvigionamento a basso costo.

Questo stato di cose, tale mancanza di dirittura morale e di serietà, soprattutto quando si lavora con denominazioni che si basano su disciplinari che dicono chiaramente quali uve debbano essere usate, (e implicitamente vietano l'uso d'altre...) finisce spesso, al momento topico dellassaggio, per causare un curioso effetto di straniamento, che ci ricorda stranamente quello provocato dallo splendido décolleté di una donna affascinante, ma che ci induce però, più che a complimentarci con la sua mamma o con Madre Natura che l'ha fatta così bella nel suo canonico 90 ' 60 - 90, ad elogiare la professionalità dell'abile chirurgo plastico cui la signora ha fatto ricorso...

Sostituite al chirurgo plastico il top wine maker esperto di Merlot, oppure di Negro amaro, Nero d'Avola, Aglianico e ovviamente Montepulciano d'Abruzzo, ed il gioco è presto fatto.

Dopo aver stravolto il Barolo ed il Barbaresco, aver attaccato, anche con perdite, il Brunello di Montalcino, aver aperto le porte ad una supertuscanizzazione di molti Chianti Classico, aver combinato qualche pasticcio niente male anche in materia di Amarone e di Sforzato della Valtellina, e meditato di cabernetizzare nientemeno che il Bardolino (da leggere il bel libro di Angelo Peretti - Il Bardolino - 315 pagg. 45.000 lire edito da Morganti editore morgantied@tiscalinet.it ) i nuovi barbari dell'enologia applicata hanno pensato bene, si fa per dire, di scendere anche a Sud. Identificando immediatamente come uno dei bersagli più appetitosi il Taurasi, il "Barolo del Sud", ottenuto da quello storico, eccellente vitigno Aglianico (il Nebbiolo, appunto, del meridione) che è alla base dei più importanti vini rossi Doc di Campania (Taurasi, Falerno del Massico, Aglianico del Taburno, Solopaca) e Basilicata (l'Aglianico del Vulture), mentre in Puglia entra nell'uvaggio del Castel del Monte ed è spesso vinificato in purezza.

Beninteso, continuano a circolare Taurasi, l'unica Docg del Sud, denominazione raggiunta nel 1993, che prende nome dalla piccola cittadina di Taurasi, in provincia d'Avellino, e conta su 160 produttori d'uve e su 220 ettari iscritti a registro, assolutamente impeccabili ed esemplari, che rispettano alla lettera il disciplinare, che prevede che i produttori possano utilizzare sino ad un 30% d'altre uve rosse, Piedirosso, Sangiovese e Barbera e non certo Merlot o chissà cos'altro.

Un certo modello di Taurasi o presunto tale che prende invece piede, e trova in alcune guide, non si sa bene se compiacenti o miopi, il proprio braccio operativo, propone vinoni new wave d'assoluta, sconcertante atipicità, che per la totale assenza di aromi, che non siano quelli, "sparati" ed esplosivi, che richiamano la mora di gelso, il giaggiolo e non la prugna o la rosa passita, per il loro colore, ben distante da quel "colore rosso rubino intenso, tendente al rosso granato fino ad acquistare riflessi arancione con l'invecchiamento" contemplato dal disciplinare vigente, portano a dire, adottando l'espressione di un noto demagogo molisano, " ma che c'azzecca ?".

Lasciamo ad altri, più scafati del sottoscritto, sdilinquirsi per questi "vini moda" da degustazione che "assomigliano ad un tenero novello e lasciano allibiti per un'esasperata ricerca dell'effetto, tutti fatti con tecnica, ma davvero senz'anima", e se vogliamo berci un ottimo Taurasi, di quello vero, non possiamo che rivolgerci, con fiducia, ad un'azienda che ha tenuto alti per decenni l'onore e l'immagine della viticoltura e dell'enologia della Campania e da illo tempore rappresenta l'anima, la storia, l'immagine stessa del Taurasi. Stiamo parlando dell'azienda vinicola Mastroberardino, data di fondazione 1878, due milioni e mezzo di bottiglie prodotte, e di un suo classico come il Radici, ottenuto da un vigneto in territorio di Lapio Montemarano, la cui edizione 1996 sebbene abbastanza giovane e bisognosa ancora di alcuni anni di riposo in cantina per aprirsi, si colloca in pieno nel solco della tradizione e dell'identità del vero Taurasi.

Colore rubino brillante e luminoso di media concentrazione, con sfumature aranciate, ha un naso di buona complessità, fine, elegante, non aggressivo né esuberante, con note quasi "nebbioleggianti" e terrose di tabacco, chiodi di garofano, cannella, alloro, rosa passita, sfumature eteree che preludono ad aromi secondari e terziari. In bocca ma convince in pieno, oltre che per una salda struttura tannica, composta di tannini non levigati ma ancora mordenti e vivaci, per una bella concentrazione, una lunghezza che riempie la bocca, uno spiccato carattere "terroso" espresso dal terroir e dal particolare tipo di vitigno.

In omaggio al suo lignaggio, questo vino ci ricorda, aspetto molto positivo al nostro palato, un bel Barolo old style, che non ha il colore, la concentrazione, il volume e la densità, il frutto, ed il legno di un Barolo new wave, ma esalta, proprio come accade in questo Taurasi, celebrazione dell'Aglianico, la grandezza del Nebbiolo con la sottile, inebriante rete delle sue sfumature.

Grande vino da selvaggina, cacciagione (cinghiale soprattutto, lepre in salmì, fagianella o pernice tartufata) ma ottimi anche su carni rosse nelle preparazioni più complesse, servite con salse saporite e speziate o che prevedano la presenza del tartufo, vi consigliamo di provare il Taurasi Radici, affinato giudiziosamente 24 mesi in fusti di rovere da 40 ettolitri, anche su formaggi stagionati come il pecorino, il formaggio di fossa, un Monte Veronese o un Asiago stravecchio. Lo spettacolo, ed il piacere, sono assicurati ...

Franco Ziliani


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